BAROLO BOYS
STORIA DI UNA RIVOLUZIONE

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Il meraviglioso paesaggio delle Langhe fa da sfondo alla storia di un gruppo di amici, i “ragazzi ribelli” che hanno reso grande il vino italiano, tra conflitti generazionali, geniali intuizioni e polemiche mai sopite.



2014
64' (versione TV 52')
Paolo Casalis e Tiziano Gaia
Wine Movie, Bio
Inglese, Spagnolo, Giapponese, Croato ecc.
Stuffilm
Produzioni Fuorifuoco

Langhe, Piemonte meridionale, 1983. Elio Altare, un giovane contadino stanco delle proprie misere condizioni di vita, scende nella cantina del padre e con una motosega demolisce le vecchie botti per l’affinamento dei vini.
È la scintilla che appicca il fuoco rivoluzionario sulle colline del Barolo, dove una nuova generazione di piccoli produttori, partiti con scarsi mezzi e animati da un inedito spirito di squadra, andrà alla conquista dei mercati di tutto il mondo.
Questo gruppo passerà alla storia col nome di “Barolo Boys”: Elio Altare, Chiara Boschis, Giorgio Rivetti, Roberto Voerzio e Marco de Grazia sono alcuni dei protagonisti di questa storia di coraggio e determinazione.
Ma è anche una storia controversa e difficile: per anni una feroce guerra ideologica li ha visti contrapporsi alla generazione dei patriarchi, fieri oppositori delle novità introdotte dai figli ribelli della Langa; lo stesso Elio Altare, leader dei “modernisti”, sarà diseredato dal padre.
A distanza di quasi trent’anni, che cosa resta di quell’esperienza? E più in generale, come domanda uno dei protagonisti del film, “Quale rivoluzione ha mai avuto successo?”.
“Barolo Boys. Storia di una Rivoluzione” traccia la parabola, breve ma intensissima, di un gruppo di produttori che ha cambiato in modo indelebile il mondo del vino.

Poster del film documentario Barolo Boys .Storia di una Rivoluzione, un film di Paolo Casalis e Tiziasno Gaia. Vi sono raffigurati i Barolo Boys, sullo sfondo la città di New York

RECENSIONI DEL FILM

Da Intravino
Barolo Boys. La prima recensione non si scorda mai, specie se bella piccantina
Di Alessandro Morichetti

64 minuti e 6,99 euro di streaming ben spesi per un film atteso e già molto discusso prima dell’uscita; dove “molto discusso” si riferisce non all’universo mondo ma a quello spicchio di provincia di Cuneo tra Barolo e Barbaresco, poco oltre per ora.
Barolo Boys – film di Tiziano Gaia e Paolo Casalis – è stato presentato venerdì scorso ad Eataly Torino e verrà proiettato in anteprima martedì 30 settembre al Cinema F.lli Marx sempre di Torino. Il circuito Eataly sta facendo da volano al lancio e prevedibilmente accoglierà il viaggio dei Barolo Boys che, 30 anni dopo, tornano in America come una rock band: quindi non c’è da stupirsi di Joe Bastianich come voce narrante e di Oscar “prezzemolino” Farinetti, presente anche quando non serve.
Barolo Boys è il racconto di 25/30 anni assai intensi della storia di Langa e prende il nome da come vennero chiamati in Usa i produttori animati da un desiderio di rivalsa rivoluzionario. Una parabola da esplorare per comprendere il profilo attuale di queste colline, modellate ora per concordanza, ora per contrapposizione.
Più didattico che d’impatto filmico, nonostante qualche scorcio mozzafiato, BB racconta una traiettoria vincente con l’amaro finale. Emerge l’entusiasmo dei cavalieri che fecero l’impresa in un film ordinato e coinvolgente, senza acuti. È la storia di Elio Altare, quasi voce narrante, che rinnegando il padre per trovare una dignità nuova, inizia a portare nuova linfa tra le colline di Langa, come altri prima di lui.
È anche la storia dei tanti che lo seguiranno (Roberto Voerzio, Chiara Boschis, Giorgio Rivetti e altri) intrecciata con le parole del Cav. Lorenzo Accomasso, quasi ridotto a macchietta “contadina”, con Bartolo Mascarello in sedia a rotelle e tracce di Citrico (Beppe Rinaldi) a difesa del modo classico di intendere il Barolo. “Il Barolo moderno per me non esiste”, dice Accomasso. Che poi ci sia Carlo Petrini a difendere il tradizionalismo – in una regione Slow che nella guida congiunta col Gambero Rosso ha storicamente santificato Gaja, Altare e Spinetta – fa sorridere. “Io non mi riconosco più nelle nostre guide”, dice a un certo punto Carlin. Commento: ce ne eravamo accorti.
Col senno di poi, BB è un film sottilmente triste. È il racconto di una storia di successo, ma al passato. “Erano buoni, ERANO i più buoni” (min. 33:50), dice Chiara Boschis dei vini prodotti allora. “La barrique diventerà la tradizione”, dice Altare. In Langa, nel Barolo, la barrique è stata accettata e a lungo magnificata ma non è diventata tradizione.
“Avevamo il potere di cambiare le cose, che è la cosa più bella nella vita” (C. Boschis): riletta storicamente è una frase che porta in sé genesi e declino del successo, perché i Barolo Boys furono questo e il film lo racconta: parabola di un successo, di un’ambizione sana che ha portato a degenerazioni pericolose. È proprio Marc de Grazia – autentico commissario tecnico dei BB – a riconoscerlo: “Siamo colpevoli di aver esagerato nella nostra rivoluzione. Siamo andati a degli estremi straordinari e per questo ci meritiamo il castigo di tutta la tradizione e la storia del Barolo. Ecco, lo ammetto”.
Barolo Boys è un docufilm da vedere e commentare. La guerra è finita. O forse ancora no.


Barrique e Barricate
da Locuste.org
“I giovani d’oggi non sanno più lavorare. Dovete imparare a produrre qualcosa con le vostre mani!”. Sembra di ascoltare un incallito reazionario, e invece a parlare è Elio Altare, uno degli artefici della rivoluzione che negli anni Novanta ha cambiato il Barolo, le Langhe e il mondo del vino italiano. Ecco uno dei motivi per cui bisogna guardare Barolo Boys (anche se la frase di cui sopra non è nel film): perché il documentario di Tiziano Gaia e Paolo Casalis, più che sull’enologia, è un’opera sulla vita, sull’eterno contrasto tra padri e figli, sui meccanismi che trasformano gli uomini da incendiari in pompieri. Poi di motivi ce ne sono anche altri: per gli amanti del vino è irresistibile assistere all’eterna querelle tra “modernisti” e “tradizionalisti” e rendersi conto che la stessa diatriba potrebbe applicarsi praticamente a tutte le regioni italiane: dall’Amarone al Chianti, fino al Prosecco e al Cannonau in tempi più recenti, i nostri grandi vini hanno tutti vissuto la trasformazione da bevanda popolare a prodotto di lusso, e contestualmente gli adattamenti al mercato, i muta-menti di gusto e stile, lo scontro tra vecchi e giovani. Infine l’ultimo motivo: Barolo Boys è un bel film per ritmo, vivacità e struttura, in grado di coinvolgere anche lo spettatore che del vino e della storia narrata non sa assolutamente nulla. E ciò a dispetto della presenza (inutile e francamente evitabile) dei “prezzemolini” Joe Bastianich e Oscar Farinetti, d’altra parte anche finanziatore del progetto attra-verso Eataly Media.
Certo, il carico da undici ce lo mette l’indiscutibile fascino della storia di un gruppo di piccoli produttori che negli anni Ottanta, ispiran-dosi alle tecniche di vinificazione francesi, hanno mutato radicalmente il metodo di produzione del Barolo trasformandolo in un vino di estremo pregio, da guide enologiche e da tavole di lusso. Comprese quelle degli Stati Uniti, dove i “Barolo Boys” furono trascinati dall’importatore Marc De Grazia (che, insieme ad Altare, è il vero protagonista del film). Si potrebbe discutere all’infinito, e in effetti in rete lo si sta facendo, su chi avesse ragione tra i due partiti; se i fautori delle barrique e della sfoltitura o quelli della tradizione, dell’i-dentità, del terroir. Di certo, come dice con un certo candore Carlìn Petrini, il “pensiero dominante” di oggi sul vino non è più quello di trent’anni fa, e presumibilmente fra trent’anni sarà ancora diverso: un processo affascinante che, visto in prospettiva, dà il giusto peso a quelle che la comunicazione enologica battezza spesso come verità ma che si rivelano, il più delle volte, semplici opinioni. Alla fine, quindi, chi ha vinto? La risposta è già nel film: ha vinto la Langa, che da terra brulla e abbandonata si è trasformata in ricer-catissima (e costosissima) culla del Made in Italy. Hanno vinto i “langhetti”, usciti da una povertà assoluta e secolare per diventare sofisticati apostoli del vino o perlomeno, e non è poco.
Ultima postilla non da poco: Altare e Boschis, insieme a un rappresentante della generazione successiva come Alessandro Ceretto, erano presenti alla prima proiezione milanese del film per il ciclo “Food Fighters” organizzato da CeCINEPas, con tanto di degustazio-ne di vini e formaggi. Il tutto davanti a un pubblico quasi da record per un documentario (in platea c’era persino l’attore Renato Pozzet-to). Difficile non considerarla un’ottima notizia!ricostruire paesi e famiglie svuotati dall’emigrazione. I nuovi progetti di Elio Altare, che oggi produce vino dolce nelle Cinqueterre, e di Chiara Boschis con il suo Castelmagno dell’Alta Langa, sono la miglior dimostrazione del fatto che in fondo la strada intrapresa era quella giusta, a dispetto dei puristi che accusano i Boys, magari anche con qualche ragione, di aver “snaturato” il loro prodotto storico.


BAROLO BOYS. BEL DOCUMENTARIO E STERILI POLEMICHE
Di Francesco Beghi
Finalmente l’ho visto anch’io! La curiosità di vedere Barolo Boys – Storia di una rivoluzione era tanta, visto il tema e viste le inevitabili po-lemiche che hanno accompagnato questo docufilm fin dal suo annuncio, con accuse di celebrazioni e agiografie – mentre invece di cele-brativo e di agiografico c’è ben poco, tant’è che l’ultima musica suonata dall’ottima Banda Musicale Gabetti di La Morra tra i vigneti – adoro le musiche per banda, e quelle scritte da Giorgio Boffa per il film sono splendide – sembra una sorta di marcia funebre. Mentre gli stessi protagonisti della vicenda se ne escono candidamente con affermazioni al limite dell’assurdo come Elio Altare quando afferma e ribadisce che «Tutti i grandi vini del mondo prodotti allora… e anche oggi sono affinati in barrique». Ma andiamo con ordine. Nasce dall’amica Cinzia Montagna l’invito a partecipare alla presentazione del film presso il Teatro Sociale di Stradella, a conclusione del convegno “Dimensioni Rurali. Innovazione, cultura, ambiente e sostenibilità in Oltrepo Pavese” organizzato dal G.A.L. Oltrepò. Si tratta di scambiare due parole con il regista davanti al pubblico prima della proiezione. Accetto con entusiasmo, visto il mio interesse per l’argomento. Ovvero quanto ac-caduto in Langa a metà degli anni 80, quando questo gruppo di giovani produttori si ribellò alla tradizione no_barriquedei padri e cominciò a stravolgere l’identità del Barolo, abbandonando le vecchie botti di legno per introdurre le barrique di rovere nuovo, cambiando i metodi di vinificazione, producendo vini più fruttati, più pronti, più muscolosi, più colorati secondo i dettami delle mode del tempo imposti soprattutto dal guru dei degustatori americani Robert Parker su cui si appiattì anche gran parte della stampa specializzata europea, italiana in partico-lare. E dando vita a una guerra di religione tra modernisti e tradizionalisti durata trent’anni e non ancora del tutto sopita. Poche allora le voci discordanti. Luigi Veronelli, tutt’altro che contrario all’uso della barrique in sé, era assai scettico su profumi e colori – per forza, visto che all’epoca il nebbiolo veniva spesso e volentieri “dopato” con uve francesi non previste dal disciplinare, anche se questo il film non lo dice.
Paolo Casalis si rivela un giovane franco, cordiale, aperto, poco “langhetto”, a dire il vero. 37 anni e già un buon corredo di documentari alle spalle, tra cui Langhe Doc – Storie di eretici nell’Italia dei capannoni. che mi riprometto di guardare quanto prima. Come e quando nasce l’idea del film? Nasce circa due anni fa, dall’incontro con Tiziano Gaia. Lui a dire la verità è più addentro il mondo del vino rispetto a me. Ci sono docu-mentaristi che vanno a girare nei posti più sperduti del mondo. Noi avevamo proprio lì, beghi-casalis-2nella nostra terra, a due passi da casa, una storia forte, importante, da raccontare. Senza approcci ideologici. Avete trovato difficoltà nella realizzazione?
Vere e proprie difficoltà no. Diciamo che siamo stati “tollerati”. Paradossalmente, sono stati proprio i Barolo Boys, i protagonisti della “rivo-luzione”, i più reticenti. Non avevano molta voglia di parlare ancora di quella storia, di tirar fuori vecchi scheletri. Come è stato accolto il film in Langa? La prima proiezione è stata all’Enoteca Regionale del Barolo. Avevamo un po’ di timore. C’erano i Mascarello, i Rinaldi… i tradizionalisti, insomma. Alla fine devo dire che avevano tutti il sorriso sulle labbra. In fondo il film non è altro che un documentario, racconta quello che è successo in quegli anni, dando voce ai protagonisti dell’una e dell’altra parte. Secondo te, dall’idea che ti sei fatto girando il film, pur non facendo parte del mondo del vino, alla fine fu davvero una rivoluzione o solo una parentesi?
Secondo me sì, fu davvero una rivoluzione. Non dico se fu un bene o un male, dico che le cose in Langa cambiarono completamente per tutti. Sì, fu una rivoluzione. Dopo aver visto il documentario, debbo dire che i giudizi positivi superano ampiamente le perplessità. Belle le scene, la fotografia, le musiche. Equilibrati i punti di vista: chi si ostina, dopo la visione, a sostenere che si tratta di una celebrazione e che le voci contrarie sono ridotte a “macchiette” secondo me è accecato da pregiudizi ideologici. Anzi, il Cavalier Lorenzo Accomasso, il novantenne potatore Mag-giore Vacchetto il quale dice in dialetto a Chiara Boschis che «il vino di suo padre era più buono», Beppe “Citrico” Rinaldi e sua figlia Marta fanno un figurone, la ritrattazione postuma di Carlo Petrini su certi giudizi guidaioli rende giustizia ai Barolo tradizionalisti troppo frettolosa-mente messi in un angolo, mentre sui Barolo Boys ormai invecchiati aleggia un’aria di malinconia, con Marco De Grazia ed Elio Altare qua-si esiliati dalle Langhe in cerca di nuove avventure sull’Etna e nelle Cinque Terre. E anche per loro è difficile, alla fine, provare antipatia.
Certo, l’accostamento con l’abbattimento del Muro di Berlino è decisamente forzato, la presenza del prezzemolo Oscar Farinetti superflua, così come quella di Joe Bastianich, in ogni caso il film è da vedere assolutamente per ogni appassionato di vino – e quindi, per forza, di Barolo – che si rispetti.


Barolo Boys. Fu vera rivoluzione?
da Millevigne
Prima di parlare della rivoluzione dei “Barolo boys”, titolo di questo bel “docu-film” di Paolo Casalis e Tiziano Gaia, occorre una premessa. Se i Galli di Asterix hanno una sola paura, che il cielo gli cada sulla testa, i Galli Piemontesi ne hanno un’altra: che qualcosa o qualcuno possa arrivare di colpo a cambiare le loro abitudini. In altre zone d’Italia, ma pure in Francia e in Spagna, negli anni ’80 e ’90, giovani produttori (e anche meno giovani) attuavano in cantina cambiamenti importanti per modificare il gusto dei vini in senso più “moderno”, riducendo le rese in vigna, attuando macerazioni brevi e intense, usando in modo estremo, fino al caricaturale, il rovere nuovo e il legno piccolo. Ovunque ci fu chi disapprovava, ma solo nella Langa questo movimento accese un acerrimo conflitto generazionale, ai confini della guerra di religione: l’aggregazione di un gruppo di giovani intorno a un progetto comune di cambiamento, a cui si opponeva l’ostilità aperta dei “padri”. Ciascuna fazione con i suoi sostenitori, anche sul lato della critica enologica e dei consumatori italiani, perché quelli stranieri erano quasi tutti dalla parte del vino “moderno”. La fiammata della rivoluzione è rappresentata simbolicamente, nel film, dall’accensione della motosega con cui Elio Altare disfa le grandi botti decrepite di famiglia, fatto che gli costa, insieme al diradamento dei grappoli nel vigneto, l’esclusione dall’eredità. Tanto che dovrà poi, se è vero quello che mi hanno raccontato (il film non lo dice) ricomprare i vigneti dalle sorelle. A scatenare la rivoluzione fu il contatto con il Nuovo Mondo, propiziato in buo na parte dal giovane “wine scout” Marc De Grazia, tra i protagonisti del film: erano gli anni in cui il mercato americano per i vini di alta gamma esplodeva, e i canoni del gusto erano quelli imposti dai grandi critici di lingua inglese, soprattutto un Robert Parker all’apice della sua fama e la rivista Wine Spectator. La testimonianza di James Suckling nel film è involontariamente comica, in un’esaltazione per i gusti di vaniglia e ciocco-lato, neanche si parlasse di gelati. In effetti in quel cosiddetto “gusto internazionale”, formatosi su vitigni francesi ma nato più in California che in Francia, c’era una componente per così dire infantile, legata ai gusti di un mercato nuovo, pronto per apprezzare la potenza ma non la sottigliezza. Per contro, anche se qualcuno non sarà d’accordo, non ho, personalmente, alcun dubbio che la rivoluzione dei Barolo boys abbia portato, nel confronto con la concorrenza mondiale, a un miglioramento in senso generale del vino, al riconoscimento di difetti prima incompresi, ad una più diffusa attenzione per la pulizia e il rigore nell’applicazione dei protocolli viticoli ed enologici. Frattanto il gusto corrente stava già cambiando dire-zione. Oggi la guerra è finita, e si può dire che il pendolo si sia fermato a metà. In molte cantine sono tornate le botti grandi (o medie, quel medio dove per gli antichi stava la virtù), e la maggioranza dei Barolo che oggi vengono premiati dalla critica non sapresti più classificarli a colpo sicuro in uno dei due campi, i tradizionali e i “moderni”: è il punto di arrivo di un percorso tormentato e forse necessario, che ha portato il Barolo ad essere consacrato come un classico tra i grandi vini del mondo. Si potrebbe sostenere che è facile fare un bel documentario quando si può contare sull’aiuto dei paesaggi mozzafiato della Langa del Barolo a fare da sfondo, ma il film è bello non solo per questo. Sebbene si avverta una certa empatia tra gli autori e i “Barolo boys” (tra i protagonisti Chiara Boschis, Elio Altare e la figlia SIlvia, Giorgio Rivetti, Roberto Voerzio) non mancano le voci dissonanti, da quelle di Beppe “citrico” Rinaldi e Bartolo Mascarello fino alla vera e propria stroncatura dell’importatore inglese, ormai langarolo di adozione, David Berry Green (il Barolo moderno fu una moda passeggera, una bolla finita nel nulla). Tra le voci critiche manca purtroppo quella indimenticabile, disincantata e ironica di Teobaldo Cappel-lano, che come Bartolo non è più tra noi. Invece fin troppo nota al pubblico televisivo quella di Joe Bastianich, in originale veste di narratore. Barolo boys dura un’ora che passa in fretta, con quadri narrativi che cambiano con ritmo sapiente, per fermarsi a fotografare nella sua immobilità, sul viso scavato del vecchio cavalier Accomasso su uno sfondo di cartoni vuoti, una tradizione ridotta a una logora cartolina d’epoca che forse ci si poteva risparmiare. Bellissima la Langa, fotografia eccellente con originali effetti di ripresa “antichizzata” e fintamente amatoriale, e bravi gli “attori”, a dimostrazione che la loro rivoluzione fu favorita da una stoffa innata di comunicatori, e da una grande capacità di trasmettere il loro entusiasmo. Emozionanti gli intermezzi musicali della banda di paese in marcia per le strade e i sentieri di Langa. I ragazzi di allora devono molto anche a Carlo Petrini e a Slow Food, che accompagnò puntualmente il loro successo con la guida “Vini d’Italia” allora in co-edizione con il Gambero Rosso e una grande compartecipazione ideale. Carlin confessa che i suoi gusti sono cam-biati e che certi vini troppo “marketing-oriented” non lo emozionano più, ma soprattutto trasmette una certa amarezza, raccontando di uno spirito di gruppo che non c’è più, perché il successo lo ha disperso. Forse il “business” ha prevalso su quel senso del limite che il padre fondatore di Slow Food ha sempre raccomandato, per lo più inascoltato, ai produttori e agli operatori del cibo.


il Castello e la Torre di Castiglione Falletto, Langhe
Joe Bastianich, voce narrante del film Barolo Boys
le colline delle Langhe, con La Morra vista dalla collina dei Cannubi (Barolo)
"La vera rivoluzione l'abbiamo fatta noi, punto."

- Elio Altare

"C'è da chiedersi quale rivoluzione abbia mai avuto successo."

- Marc de Grazia

"Noi volevamo fare il vino più buono del mondo!"

- Chiara Boschis

FESTIVAL E RICONOSCIMENTI
Winner Of Most Film Festival 2015, Spain
Winner Of DOC Wine Travel Food Prize 2014
Winner Premio Bandiera Verde 2017
Vancouver Film Festival
Valladolid International Film Festival
Festival De Cine De Paracho Mexico
Food Film Fest Bergamo
Viva Festival Sarajevo
ICFF Toronto
Euganea Film Festival
Lake Como Film Festival
Feast Food & Film Victoria Canada
Wine Country Film Festival
Cinema Documental e Transmedia Rios, Portugal
Piemonte Movie Film Festival
Overlook Festival Rome
Kinookus Festival Croatia
Corto e Fieno Festival

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