Un pastore, un produttore di pasta artigianale, una produttrice di vino.
Tre personaggi, tre eretici perchè pensano e agiscono in modo diverso, tre storie per raccontare il degrado sociale, culturale e paesaggistico
della nostra penisola, l' Italia dei capannoni, secondo la definizione data nel film da Giorgio Bocca.
Quelle di Maria Teresa Mascarello, Silvio Pistone e Mauro Musso sono storie di chi ha intravisto un futuro che non gli piaceva e lo ha rifiutato.
Piccole sfide in cui tuttavia è possibile intravedere una dimensione ben più ampia. Sfide ancora aperte, non ancora del tutto vinte e che forse non lo saranno mai: loro si muovono in una direzione, il mondo in un'altra, del tutto opposta.
LANGHE DOC - NOTE DI REGIA
Di
Paolo Casalis
Langhe Doc non è un film sulle Langhe, non solo.
Le Langhe sono solamente il palcoscenico, estremamente locale e localizzato, di fenomeni globali, il paradigma del contrasto apparentemente insanabile tra sviluppo economico e tutela del territorio.
Quando ero poco più che un bambino i miei mi tesserarono per una squadra ciclistica di Bra, il gruppo sportivo Soresina. Magliette di lana ispida e irritante e biciclette da corsa anni '80: così è nato, in modo del tutto inconsapevole, il mio rapporto con le Langhe.
Mentre i miei amici difficilmente riuscivano ad uscire dal cortile di casa, noi fortunati ci avventuravamo in territori sconosciuti: dalle pendici di La Morra raggiungevo i compagni di squadra a Bra e da qui si tornava verso le salite di Verduno, Barolo, Diano, Monforte e poi sempre più lontano e più in alto, verso Dogliani, Belvedere Langhe, Bossolasco, Murazzano.
Allenamenti in bicicletta che diventavano veri e propri viaggi.
In parte, insomma, sono un langarolo, che tutti i giorni prendeva il pulmino per andare a scuola a La Morra; in parte, invece, sono un osservatore esterno, un turista di giornata che un tempo si addentrava nelle Langhe in bicicletta e che quasi vent'anni più tardi ci è tornato con cavalletto e telecamera.
Perché Langhe Doc? Per raccontare non tanto le Langhe, quanto la loro trasformazione.
In meno di venti anni, un arco di tempo ancora più breve del "breve spazio della mia lunga vita" di cui parla Giorgio Bocca (frase che da sola vale l'intervista), ho visto ogni paese e paesino, ogni buco di Langa dotarsi di un'area industriale e commerciale, quasi sempre posizionata nella parte geograficamente più bassa (ma non per questo meno visibile, anzi), quasi sempre sovradimensionata. L'area commerciale e i relativi capannoni di Roddi, di Barolo, di Verduno, di Neive, Barolo, Barbaresco...
Da studente di Architettura, leggevo termini come "urbanizzazione" o "diffusione urbana" e pensavo non al bacino della Ruhr o a New York, ma più semplicemente al "mio" territorio e a quanto stava diventando difficile separare le aree di città da quelle di campagna, distinguere una città dall'altra.
Venti anni fa sulla strada tra Bra e Alba c'erano tanti campi e un paio di paesi, oggi Bra e Alba sono diventate un'unica mostruosa entità, fatta di un'interminabile fila di case, villette, capannoni, edifici commerciali; i confini tra i due centri urbani, un tempo segnati da cartelli posizionati in aperta campagna, si trovano oggi incastonati tra le villette, nascosti tra un capannone e l'altro.
Quella non è Langa, penserete voi, ed è vero. Per usare i termini del Prof. Jukka Jokilehto, il professore scandinavo ingaggiato come supervisore del progetto di candidatura Unesco del Territorio Vitivinicolo di Langhe, Roero e Monferrato, si tratta di una buffer zone, le aree cuscinetto situate a ridosso delle core zone, le aree d'eccellenza.
Forse è giusto, è normale sacrificare zone paesisticamente meno pregiate per favorire lo sviluppo economico di un territorio; ma quando le buffer zone, le zone cuscinetto ormai irrimediabilmente compromesse da edilizia selvaggia e capannoni, si trovano nel bel mezzo della Langa del Barolo o addirittura in Alta Langa, ha ancora senso parlare di aree d'eccellenza? Quando chi visita Neive o Barbaresco non riesce più a scattare una fotografia del panorama senza inquadrare capannoni, palazzi, autostrade, viene meno il concetto stesso di paesaggio vitivinicolo.
Ecco, in "Langhe Doc" volevo raccontare questa trasformazione e, se possiblie, capirne le ragioni.
Un racconto difficile, perché non si è trattato di una trasformazione repentina, non ci siamo svegliati un bel giorno circondati dai capannoni.
Negli anni '80 abbiamo iniziato a fare la spesa nei primi supermercati costruiti fuori città, in piccoli capannoni. Poi i supermercati sono diventati più grandi, ospitati in capannoni più grandi; per comprare le scarpe non andavamo più in un negozio ma in un capannone; per andare dal ciclista, dal meccanico, dall'estetista entravamo in un capannone, per comprare un piccolo elettrodomestico andavamo in un capannone, e di fianco nascevano villette, e palazzine, e capannoni dove si costruivano i pezzi di futuri capannoni.
E' difficile raccontare ciò che è quotidianamente sotto i nostri occhi, una trasformazione talmente lenta che sembra quasi non avvenire.
All'inizio volevo dare voce ai "buoni" e ai "cattivi", sentire le ragioni di chi progetta palazzine, costruisce case, tira su i capannoni. Poi mi sono accorto che dividere la realtà in buoni o cattivi non ha senso: il documentario alla Michael Moore, alla Sabina Guzzanti, non mi ha mai convinto del tutto. Raccontare i "cattivi", le loro nefandezze, equivale a riconoscere implicitamente la propria superiorità e innocenza, ad auto-assolversi e scaricare la colpa sugli "altri".
Semplice, ma un pò inutile.
Ho invece scelto, seppure inizialmente in modo inconsapevole, una strada meno lineare, più tortuosa: raccontare tre storie estreme, storie di "eretici" (la felice definizione è di Federico Ferrero), di chi pensa e soprattutto agisce in modo diverso rispetto a noi tutti, me compreso.
Non storie di chi rovina il paesaggio, di gente da additare come colpevole di tutto quanto, ma storie positive grazie alle quali, per contrasto, fare emergere il negativo che c'è, e che vediamo tutti.
Nella radicalità di pensiero e scelte, Maria Teresa, Silvio e Mauro prestano il fianco a obiezioni e dubbi: forse non possiamo fare tutti come loro, non si può comprare solo cibo di qualità, la loro produzione è per pochi, i loro prezzi sono per un élite di consumatori, e così via.
Eppure in fondo alle loro storie, alle loro contraddizioni, si intravede una luce.
Tra tutte le difficoltà e i "se" si intuisce che è quella la strada giusta da prendere: non un abbandono di massa di città e uffici, ma un piccolo cambio nei nostri comportamenti, una piccola riflessione ogni volta che, da consumatori, entriamo in un altro capannone.
L'idea di "Langhe Doc" me la portavo dietro da un paio d'anni.
Il mio lavoro precedente, "Il Corridore", realizzato con Stefano Scarafia, ne conteneva in sé alcuni elementi (il rapporto con la natura, il paesaggio, il conflitto sviluppo/ambiente) poi necessariamente accantonati per via della potenza della storia personale e sportiva di Marco Olmo.
Sapevo cosa volevo raccontare, ma mi mancavano i protagonisti del racconto.
A inizio 2010 ho letto, quasi per caso, un post del blog personale di Federico Ferrero, Alba Tragica, in cui raccontava il suo ritorno ad Alba da milanese acquisito, tra palazzoni ed edilizia popolare, né più né meno che la periferia di Milano.
Dall'incontro con Federico (che inizialmente volevo come personaggio del film, ma poi per sua fortuna è riuscito a salvare la privacy) è arrivato il primo nome: Mauro Musso, un ex dipendente della grande distribuzione che si era messo a produrre tajarin (le tagliatelle piemontesi) in proprio. A cascata, Mauro mi ha parlato di Silvio, "un altro matto come me", e nel giro di una settimana ho conosciuto anche questo Rambo ecologista, fuggito nei boschi con le sue cinquanta pecore.
Di Maria Teresa, invece, avevo delle notizie in famiglia, sbocciate nel nostro incontro. Per lunghi mesi Maria Teresa è stata un personaggio "in sospeso" perché gliel'avevo combinata grossa, dando buca per ben due volte consecutive al fatidico incontro dell'intervista; in poche parole, avevo esaurito la sua pazienza ancor prima di incontrarla, ma dopo alcuni mesi di "sbollitura" sono poi riuscito a recuperare i rapporti e lei, come già Mauro e Silvio, si è dimostrata persona aperta e disponibilissima.
Un discorso a parte merita l'incontro con Giorgio Bocca. Volevo a tutti costi intervistarlo perché conosce profondamente e ama le Langhe e perché è una delle poche voci della cultura italiana che ha individuato i pericoli e le difficoltà del nostro rapporto con il territorio ed il paesaggio ("l'Italia dei capannoni" è una sua definizione, concisa e aspra come suo solito). Senza santi in paradiso, ho fatto la cosa più semplice: ho cercato il suo nome sull'elenco telefonico e l'ho chiamato a casa.
Mi ha risposto con un tono austero, che però si è sciolto non appena ha appreso delle mie origini lamorresi."Va bene, per quelli della provincia di Cuneo va sempre bene".
Dal punto di vista realizzativo "Langhe Doc" è forse un film atipico.
Nel descriverlo trovo più punti in comune con l'immagine del pittore, che da solo si addentra nel paesaggio con il cavalletto e la tela, che non con il grande cinema, quello fatto di maestranze, carrelli e grossi budget.
E' il mio modo di filmare, e non avrei comunque potuto fare altrimenti.
Per quasi un anno, a intervalli regolari, mi sono concesso piacevoli gite in langa, a trovare Mauro, Silvio e Maria Teresa e a riprendere i paesaggi innevati, il grano che cresce, la battitura, la vendemmia.
Senza alle spalle una vera e propria scrittura, registravo elementi del paesaggio e delle vicende dei miei "eroi". Fin dall'inizio, mi era chiaro che non avrei raccolto delle storie concluse, non avrei raccontato, come da manuale del documentario, "l'evoluzione di un personaggio". E infatti i ritratti dei protagonisti sono parziali, così come quello del paesaggio, che necessariamente non poteva contenere tutti i luoghi e gli aspetti delle Langhe. E tuttavia mi sta bene così. Mi sta bene che le storie di Maria Teresa, Mauro e Silvio abbiano un finale aperto, che talvolta i concetti siano solamente abbozzati, che il paesaggio sia raccontato attraverso piccoli blocchi (gli Intervalli) di immagini e musiche create da Giorgio Boffa, amico e compagno di giochi dai tempi dell'infanzia (anche su questo aspetto, un bel ritorno alle origini).
Mi sta bene perché gli "eretici", per definizione, non hanno un Libro, procedono per scarti rispetto al pensiero dominante, per scelte fatte di prove e tentativi, di fughe solitarie coraggiose e incoscienti.
Per una volta, spero che il gruppo si metta al loro inseguimento.
Recensione del film da
Greenme
Consumo di territorio: il documentario che racconta gli eretici delle Langhe
Inizia con una sequenza di immagini fotografano file di capannoni, villette a schiera, discount, outlet, palazzoni e complessi residenziali. Un catalogo di prodotti derivati dal cemento armato che si fanno spazio tra pendii di colline dolci e vitigni preziosi, coltivazioni di nocciole uniche al mondo e vecchi casolari. E’ l’Italia dei capannoni: quella degli orrori architettonici sovvenzionati dalla promessa di “infinite sorti e progressive” oltre che dall’assenza di piani regolatori e di amministratori incapaci di venir meno a qualche voto “sporco”.
Il primo viso che appare sullo schermo quando si pigia play è quello di Giorgio Bocca: le rughe messe lì a ricordare che la vita, quella vera, pretende di lasciare segni. Come le parole: ne bastano poche per incidere sul rumore quotidiano come un bisturi sulla pelle.
Un film gentile che in maniera intelligente denuncia la svendita di un territorio.
“Nel breve spazio della mia lunga vita l’Italia è cambiata in una maniera spaventosa. È tutta una corsa contro il tempo. Bisogna riuscire a diventare civili prima che il disastro sia completo. Bisogna vedere se arriviamo ancora in tempo per salvare questo paesaggio, per me in gran parte lo abbiamo già distrutto”. Inizia così Langhe DOC. Storie di eretici nell’Italia dei capannoni, il documentario di Paolo Casalis prodotto dalla piccola casa di produzione Stuffilm di Alba (CN).
Un film gentile che in maniera intelligente denuncia la svendita di un territorio. Inizia con una sequenza di immagini fotografano file di capannoni, villette a schiera, discount, outlet, palazzoni e complessi residenziali. Un catalogo di prodotti derivati dal cemento armato che si fanno spazio tra pendii di colline dolci e vitigni preziosi, coltivazioni di nocciole uniche al mondo e vecchi casolari. È l’Italia dei capannoni: quella degli orrori architettonici sovvenzionati dalla promessa di “infinite sorti e progressive” oltre che dall’assenza di piani regolatori e di amministratori incapaci di venir meno a qualche voto “sporco”.
Quello che ha toccato queste terre negli ultimi quarant’anni è un cambiamento lento. Da povera ha cominciato a conoscere il benessere, la spesa dal contadino si è trasferita nelle migliaia di metri quadrati di un supermercato, quella nel negozio di paese dentro un negozio in franchising. Un percorso che ha interessato tutto il mondo occidentale. Ma un territorio che ambisce a diventare Patrimonio dell’Unesco cosa ci fa con i capannoni?
Abbiamo girato la domanda a Paolo Casalis, autore del film e langarolo “impuro” (da queste parte i territori sono segnati da profondi solchi che delimitano le aree nonché le appartenenze). “Il langarolo è tanto legato alla terra quanto al denaro. Sarebbe stato facile quindi andare a trovare i colpevoli, chi in questi anni ha contribuito ad approvare cementificazioni vandaliche, le imprese edili che hanno lucrato sulla disponibilità di terreno, gli architetti che ci hanno costruito e così via… Ho preferito piuttosto raccontare tre storie positive e, per contrasto, far emergere il negativo”.
Ecco allora che dopo i capannoni arrivano le pecore al pascolo di Silvio Pistone, lo sguardo disincantato di Mauro Musso e l’esile figura di Maria Teresa Mascarello in mezzo alle sue vigne. Tre “matti” come li definisce la società del “pret-a-manger”. Silvio Pistone conduceva, insieme con il padre, una piccola ma redditizia attività di piastrellista quando ha deciso di comprare una trentina di pecore e iniziare a produrre formaggio. Mauro Musso ha lavorato quattordici anni in un supermercato prima di decidere di darsi alla produzione dei tajarin, una pasta tipica di queste parti. A Maria Teresa Mascarello invece il vino scorreva nelle vene. Proveniva da quel padre considerato a sua volta un eretico della produzione vinicola locale e davanti a quel destino segnato non ha potuto tirarsi indietro.
La loro eresia sta nel non voler allinearsi a una vita dedicata al guadagno, alla furberia e dunque all’assalto della natura al solo scopo di ricavarne profitto. Tutti e tre producono ciò che è possibile, senza forzare tempi e quantità, dedicando attenzione alla qualità e al benessere di chi ne godrà. E chi se ne frega se il formaggio finisce, se la pasta costa di più di quella del discount o se le bottiglie sono limitate.
Sono uomini e donne che si sono rimpossessati della propria vita o che in fondo non l’hanno mai noleggiata al miglior offerente. Per comunione di valori si frequentano e attorno alle loro tavole ci sono sempre più persone. La terra, messa nelle loro mani, parla la lingua della storia.
“In fondo alle loro storie, alle loro contraddizioni si intravede la luce” scrive Paolo Casalis nel libretto che accompagna il dvd, acquistabile nelle principali enoteche piemontesi o attraverso il sito web di Stuffilm. Un principio di riflessione contagiosa che sta arrivando sui tavoli delle amministrazioni locali e nazionali grazie a iniziative come “Salviamo il paesaggio” che mirano a portare i riflettori sugli abusi quotidianamente rivolti al territorio.
La collina degli eretici, di Fabrizio Bottini
recensione del film da
Eddyburg.it
Langhe Doc: un film sui dissidenti socioeconomici in un territorio tradizionale ma non troppo, che sperimentano sulla propria pelle la post-modernità, cercando spiragli. Anche per noi
Da qui se ne stanno andando tutti.
È il tormentone rappato dell’ultimo video di Michele Salvemini in arte Caparezza, che stufo di stare all’ombra dei grattacieli neobifolchi dalle parti di via Melchiorre Gioia a Milano, se ne scappa in Valbrembana chiedendo un passaggio in camion a un sopravvissuto musicale dei gruppi plastificati anni’ 80. Il sopravvissuto, senza smettere di guidare il camion, gratifica il pubblico con uno stentoreo Goodbye Malinconia! E alla fine del tunnel, sorge il sol dell’avvenire.
Dal territorio delle Langhe invece sembra che non se se stiano più andando tutti.
La fame delle campagne è un ricordo lontano … ma fra chi resta e i nuovi arrivati pare ci sia qualcosa che non va. Il tunnel, invece di essere verso la fine, a prima vista lo si sta invece costruendo e prolungando, lungo lo stradone da Alba verso Bra.
Sono le sequenze iniziali di Langhe Doc. Storie di eretici nell’Italia dei capannoni, film di Paolo Casalis che ha appunto nel sottotitolo qualcosa in comune con l’ultimo album di Caparezza, Il sogno eretico, ma le analogie forse finiscono qui.
Perché se il musicista pugliese pare voglia involarsi via tunnel verso territori lontani, l’architetto piemontese non praticante (definizione sua) al territorio ci sta ben attaccato. Anche se quel territorio dalle prime immagini sembra proprio sepolto da asfalto e prefabbricati.
Si tratta però di un espediente narrativo: il tunnel cementizio cresce, sì, ma è ancora piuttosto lontano dall’aver avviluppato le Langhe. Lancia nondimeno un forte segnale d’allarme. Anche dove non arrivano i bagliori delle insegne al neon (ovvero più o meno dappertutto in queste magnifiche colline a vigna e noccioli) e gli schizzi d’asfalto dei parcheggi, dilagano però lo stile di vita, le aspettative individuali e sociali, le attività che prima o poi potrebbero ritenere indispensabile qualche tipo di “sviluppo”, del genere che ben conosciamo, del genere di solito adorato dalla gran massa dei politici e amministratori alla ricerca di consenso immediato. Ma appollaiati fra quelle colline ci sono però gi eretici, quelli che stanno lì ogni giorno a chiedersi: non c’è un’altra strada? Magari si. Magari no. Il che non vuol dire non cercarla affatto, e farsi tritare dal conformismo ad ogni costo.
Lo ricorda un Grande Vecchio in persona in apertura e chiusura del film. L’efficacissimo Giorgio Bocca che racconta come la lotta partigiana, in fondo nata a nutrita dall’idea di territorio, lo fosse in modo troppo naif e inconsapevole di quello che il territorio era e rappresentava. Proprio per il Piemonte a cui le Langhe appartengono, val forse la pena ricordare come uno dei padri dell’urbanistica italiana, Giovanni Astengo, avesse dedicato ai lavori della Costituente nel 1946 un Piano Regionale basato sui “bacini alimentari”, cellule modulari per costruire territorio, società, democrazia, sviluppo equilibrato. Ma quei partigiani e la cultura che esprimevano forse davano per scontate troppe cose con la liberazione. Non lo erano affatto, riconosce oggi Giorgio Bocca.
Basta guardare quei capannoni, quelle strisce di scatole arredo bagno comodo parcheggio comodissime rate. E i nipotini in sedicesimo che un po’ si infiltrano su per le strade di collina, quel piazzale a parcheggio di troppo, quel magazzino, quei mille metri quadri di asfalto che, qui salta proprio all’occhio, sono mille metri strappati alla terra. Niente di che, per uno abituato, che so, alla linea pedemontana alpina dove gli scatoloni con le insegne si organizzano a pettine, in pratica senza soluzione di continuità da Novara a Verona (volendo anche un po’ più a est e un po’ più a ovest). Qui in fondo è una biciclettata, dal passaggio a livello di Alba all’imbocco della salita a Bra, su cui si affolla disordinato e miserabile lo slum stradale commerciale. E dove spicca per idiozia urbanistica ed estetica quella spianata post sovietica dove l’ipermercato incombe ingoiandosi inopinatamente nel parcheggio tutto il tracciato stradale. Non a caso citato, quel tempio dello scatolonismo, nella copertina del Dvd e del libretto che lo accompagna.
Ma l’architetto non praticante Paolo Casalis pratica però una critica costruttiva del territorio, e risalendo le stradine di collina alla ricerca dei suoi eretici da intervistare si porta appresso l’anticorpo anticapannone: finiremo tutti digeriti là dentro, in un modo o nell’altro?
Gli eretici provano individualmente a fare ricerca, anche per capire quel che di buono magari ci sta, nascosto dietro ai vari aspetti della globalizzazione. C’è un mercato sterminato, e un territorio locale: si possono conciliare? Che rapporto c’è fra l’allevamento sostenibile delle pecore, la produzione di pasta artigianale controllando l’intera filiera, e uno stile di vita da XXI secolo? Il Grand Tour settecentesco con la sua integrazione culturale, alimentare, vitivinicola di qualità, rivolto alle moltitudini del terzo millennio deve essere per forza proposto in scatola, e banalizzato di rincoglionimento mediatico?
Naturalmente la risposta non c’è. L’eresia autentica è ricerca, non predicazione. Diffidate dei falsi profeti e degli spacciatori di certezze. Specie quando paiono proprio dettate dal buon senso comune: il mercato, bisogna pur campare, la mamma è sempre la mamma, ecc. Ma diffidate anche di chi dice bisogna ritornare al bel tempo che fu, quando c’erano i veri valori e compagnia bella. Al bel tempo che fu la gente dai territori scappava per sfuggire alla fame, non dimentichiamolo travolti dalla ruota del mulino bianco.
Insomma l’unico tempo che abbiamo è quello che ci resta. E va usato per cercare, sperimentare, riflettere, e non scordare quello che è già passato.